Una troupe cinematografica sbarca in Bolivia, a Cochabamba, per girare un film sulla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Un regista socialmente impegnato – Gael Garcia Bernal – che vuol far emergere gli abusi e le violazioni subite dagli indios; un produttore – Luis Tosar – interessato apparentemente solo al profitto e ai finanziamenti del film; un attore – il debuttante Carlos Aduviri – nel doppio ruolo del leader indigeno (il film nel film) e nella parte di leader per i diritti sull’acqua per gli abitanti di Cochabamba (il film). Sullo sfondo la storia di due padri missionari – Bartolomé de las Casas y Antonio de Montesinos – primi a denunciare gli abusi ed i massacri commessi dai colonizzatori. L’ultimo film di Iciar Bollain gioca su più piani, raccontando una storia in parallelo: la soppressione e gli abusi subiti dagli indios ai tempi di Colombo e la guerra per l’acqua in Bolivia avvenuta nel 2000. Un film nel film. Ieri la guerra per l’oro, oggi quella per l’acqua. Come sempre Iciar Bollain arriva a toccare nel profondo l’animo degli spettaotori, invitandoli a riflettere sulla realtà che li circonda e sulle proprie origini. Bollain mira a porre domande più che a offrire risposte. Come ogni suo lavoro, questo Tambien la lluvia, risulta un’opera perfettamente riuscita, in grado di competere presso i maggior festival internazionali. Peccato però per alcune cadute di livello all’interno del film, soprattutto a livello di sceneggiatura. Di fatti, per la stesura del testo la Bollain si è affidata a Paul Laverty (già collaboratore abituale di Ken Loach) e purtroppo è venuta a mancare quella tensione costante e quel perfezionismo quasi maniacale che caratterizza l’intera produzione cinematografica della regista madrilena.
La storia è un’ottima maestra, ma l’uomo è un pessimo alunno.
PF da Madrid