ultimospettacolo racconta Fellini rileggi il capitolo 18
La prima romana de La dolce vita presso il cinema Fiamma è accolta solo da venti secondi di applausi e qualche fischio isolato. L’interesse reale è solo per Anita Ekberg, presente in sala. Tutti gli occhi sono puntati su Milano, piazza difficile, dove la serata di presentazione è fissata per il 5 febbraio 1960 al cinema Capitol. Sul film, intanto, pende fin da principio la spada di Damocle della censura, particolarmente attiva in quell’anno come dimostreranno i brutali tagli che verranno apportati a Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.
La prima di Milano è preceduta da due anteprime. Una nella sala privata di Rizzoli, presenti gli amici del produttore, dove il film suscita qualche insofferenza per la mancanza di una trama ma per lo più è accolto con indifferenza, se non da qualche parere illuminato come quello di Padre Angelo Arpa. Brunello Rondi, infatti, che ha collaborato attivamente a La dolce vita, ha parlato al gesuita della nuova opera di Fellini, preoccupato della sconvolgente novità formale del film, dicendo: “Il nuovo film di Federico è un’autentica bomba; non tanto per le storie che lo compongono ma per le modalità dell’impianto narrativo, così audaci e così personali da scomporre canoni largamente acquisiti del fare cinema”. Padre Arpa viene invitato alla proiezione riservata nella saletta della Cineriz e i suoi primi pensieri sono: “questo film, che si presenta come una scapigliatura gratuita, in realtà è la sfida a un mondo svenato oramai anche nella dolcezza del vivere. Tra Petronio Arbitro, svenato e Talleyrand, dolcezza del vivere”, alla riflessione succede una dichiarazione ufficiale: “Non faccio pronostici sul film, tanto meno sull’accoglienza del pubblico ma se questa Dolce vita invece di noia provocasse un indistinto interesse popolare a vedere proiettato su grande schermo lo squallore di un mondo oramai alla deriva di se stesso?”.
L’altra anteprima si svolge il 31 gennaio presso il Centro Culturale San Fedele per un gruppo di spettatori ristretto equalificato: sette padri e una settantina di critici e giornalisti. Al termine del film nonostante un acceso dibattito moderato da Padre Arpa alla presenza di Fellini, il giudizio è unanime: malgrado la presenza di scene scabrose e qualche difficoltà di interpretazione, il messaggio del film è preciso: “una denuncia coraggiosa dello stile di vita di alcuni ceti della società e di certe ambiguità della religiosità anche popolare”.