Intervistato da Paolo Mereghetti, alla domanda sui registi preferiti, Giorgio Diritti rispondeva subito e d’istinto: Truffaut. Non per niente il suo secondo film, L’uomo che verrà, è una storia raccontata con gli occhi di una bambina, Greta Zuccheri Montanari, che non ha nulla da invidiare all’espressività di Jean-Pierre Léaud ne I 400 colpi. Già nel suo primo film Il vento fa il suo giro, i bambini svolgevano un ruolo importante per difetto. La totale assenza di nuove generazioni in un paesino tra le alpi occitane faceva risaltare il contrasto con una famiglia di nuovi arrivati. Giorgio Diritti è un regista coraggioso e caparbio. Dopo un esordio con un film difficile sull’accettazione del diverso, che aveva la forza di mille esami di coscienza, è tornato ancora più deciso e determinato a scuoterci dal nostro torpore e stato di ipnosi quotidiano. Ha scelto un tema ancora più indicibile, una storia ancora più intoccabile e con una grazia e una forza rare l’ha portata sul grande schermo. L’eccidio di Monte Sole, più noto come strage di Marzabotto, appartiene a quei fatti di una storia impossibile da accettare ma indispensabile da ricordare. Il regista si è preso questa responsabilità e con il suo tocco, che dopo solo due film è già riconoscibile, ce l’ha raccontato. Lo stile del suo fare film si scorge già nel suo modo di parlare: Giorgio articola le parole con calma e sicurezza, soppesando quasi il peso di ogni frase e di ogni espressione. Questa eleganza nel raccontare si fa ancora più precisa quando al linguaggio verbale sostituisce quello delle immagini. Le parole non contengono più allora il significato ma diventano suoni e musiche. Ecco quindi la scelta del dialetto e di una protagonista muta. L’uomo che verrà è un film su un passato terribile che ci costringe a guardare al presente e riflettere su un futuro collettivo che non può fare a meno della memoria. Nonostante il successo al festival di Roma il film arriva nelle sale in pochissime copie, purtroppo. gm
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L’UOMO CHE VERRÀ
22 gennaio 2010 di ultimospettacolo
gran bella recensione. A volte non servono 25 milioni di euro per fare un buon film, altre volte non bastano.
Una storia difficile, su cui si sono stati già spesi litri di inchiostro, viene raccontata con grande maestria in questo film. Il dialetto rende immediato il senso del dramma che colpisce le persone semplici, il cui dolore viene ‘urlato’ da una protagonista muta. E poi la vita che trionfa. Bello. Veramente bello. Complimenti per averlo ripescato da un anonimato immeritato nelle sale.