I pretesti narrativi visti e rivisti ( Balla coi Lupi, Pocahontas..), i dialoghi scontati, la morale sbrigativa e semplicistica non sono riusciti a rovinarmi lo spettacolo di Avatar e a farmi alzare dalla poltrona insoddisfatto. Se non per un leggero affaticamento agli occhi, le quasi tre ore di film in 3D sono volate via come un sogno o un viaggio fantastico. Uno di quei viaggi per cui non vedi l’ora di partire e un attimo dopo ti ritrovi già a casa a guardarne le foto. Da James Cameron non mi aspettavo nulla di più anche se, in questo smisurato investimento economico, poteva starci uno studio maggiore della trama. Credo però che l’attenzione dedicata all’innovazione della forma abbia convinto il regista ad affidarsi, per il contenuto, al classicissimo viaggio dell’eroe. Dopotutto funziona sempre. Dodici anni ci sono voluti per ideare e realizzare questo film evento la cui grandezza sta nel condurci in un mondo ideale dove, come sempre, l’essere umano arriva per distruggerne l’equilibrio. Il pianeta Pandora è uno spettacolare insieme dei mondi più fantastici appartenenti alla memoria collettiva: sia esistenti, come le foreste vergini o i fondali marini, sia immaginati, come quelli creati dalle leggende tribali o dall’arte, quella di Miyazaki su tutte. I Na’vi, gli abitanti di Pandora, non possono che affascinare con i loro corpi armoniosi dai movimenti felini e la loro saggezza indiana, mistica e new age. È proprio nel seguire l’eroe alla scoperta di questo nuovo mondo che il film raggiunge il massimo della meraviglia. Si è parlato di Avatar come un punto di svolta per la storia del cinema. Credo che il film sia soprattutto un punto di arrivo, un sunto eccezionale della storia del cinema di fantascienza ma non solo: in Avatar ritroviamo un’infinità di rimandi alla narrativa mondiale. A volte, quando a raccontarla è uno che ci sa fare, è piacevole riascoltare una storia anche se la si conosce a memoria. Cameron, nonostante abbia scelto di narrare una storia raccontata centinaia di volte, ha la capacità e i mezzi per stupire e incantare. gm
AVATAR
18 gennaio 2010 di ultimospettacolo
lo stupore per le immagini ti fa dimenticare la banalità della trama, sono d’accordo.. l’immersione nel film era tale da farti perdere il senso della realtà: vedendo un profilo umano scuro su un lato dello schermo (rivelatosi poi uno dei terrestri della base, un po’ in ombra), ho pensato a un idiota in piedi nelle prime file, senza considerare che, se fosse stato così, quest’uomo sarebbe dovuto essere alto svariati metri!
comunque il 3d spacca la testa e gli occhi (oltre che il portafogli). in attesa di Chiavatar di Tinto Brass, mi riconosco in tutto quello che hai scritto. magico mago.
A me è piaciuto un cifro. Anche se la trama era un po’ un casino che ci facevo fatica a starci dietro, ciaveva un sacco di colori e le splosioni erano paiura.